
La cultura è inutile (alla Spezia)
Oggi occuparsi di cultura costa molto e paga poco o nulla. Come un agricoltore che da anni lavora per arare la terra che da anni semina e non ha mai un raccolto. In città è entrato da tempo in crisi anche quel rapporto dialettico, in decenni passati vitalmente polemico (ricordiamo ancora un vivace scontro “generazionale” tra Gianluca Lerici “Bad Trip” e Sergio Fregoso all’Officina di Jacopo Benassi). Niente più dibattito estetico, culturale, etico-politico. Il modello dell’imprenditore culturale ha sconfitto quello dell’operatore che agiva unicamente avendo a cuore la crescita della comunità. Si è così progressivamente soffocato l’humus culturale che nasce e cresce in un habitat favorito dalla libertà, dalla curiosità, dallo scambio anche polemico, dal contatto diretto con le realtà sociali, con le tensioni e le contraddizioni della città reale. Sovrapponendovi una Rete, sicuramente più efficiente ma sedativa, di centri di potere, grandi e piccoli, ognuno occupato da un clan e dalla sua dinastia, ancorati con gli artigli ai loro orticelli secondo una logica di enclave preoccupata solo del proprio interesse privato. Il valore dei progetti è spesso un insignificante dettaglio, e ai fini di un’azione di successo e di finanziamento pubblico, contano molto di più le aderenze politiche e la famiglia. Noi sosteniamo che la responsabilità, la correttezza, l’autodisciplina, l’etica (a volte basterebbe anche solo la decenza) da parte di chi amministra la cosa pubblica dovrebbero correre di pari passo con la ricerca della qualità e della professionalità, con la trasparenza e con il controllo dei risultati. Un sistema che tende a giustificare certi meccanismi e a sostenere anziché osteggiare i privilegi, è un sistema malato. Purtroppo l’uguaglianza di opportunità, non è mai contemplata e il “chi ti manda” appartiene al regolamento “non scritto”: è “ciò che tutto move per l’universo, penetra e risplende” avrebbe detto Dante.
Se questa è la logica, che non riesce però a spegnere definitivamente lo spirito avventuroso di chi è affetto dal recidivo morbo della ricerca, quegli osservatori, studiosi, ricercatori, artefici di un’idea alternativa di cultura in costante contrattazione di spazi, di fondi e di piccole aree mediatiche, si capisce come non ci sia ascolto possibile nemmeno per le denunce indignate verso la logica delle spartizioni di potere e di fondi. Non c’è più la capacità di scandalizzarsi, i pochissimi che lo fanno vengono considerati dei “fanatici rompicoglioni”, e la moralità è diventata una parola vuota che non corrisponde più a comportamenti e reazioni effettive. Crediamo che nella politica sia necessario ripartire dalle molteplici esperienze concrete sul territorio, dal lavoro tenace e costruttivo dell’associazionismo e di molto volontariato, dall’impegno di molti onesti amministratori locali, crediamo che nella cultura sia necessario da una parte continuare a monitorare e mettere in relazione le “buone pratiche”, magari arrivando a un’elaborazione di modelli alternativi di organizzazione e produzione culturale condivisa, e dall’altra parte avviare un processo di “purificazione morale” (termine che farà ridere alcuni e spaventerà altri, ma non riusciamo a trovarne uno migliore).
La malsana tendenza al “grosso evento “mordi e fuggi” in città totalmente sradicato dal contesto e dalla memoria dei nostri luoghi, come ha dimostrato la stagione estiva e come abbiamo sentore da alcune anticipazioni autunnali, sta riducendo la cultura sempre più a un passaggio marginale, anziché rappresentare come dovrebbe, la risposta infungibile a una molteplicità di bisogni individuali e sociali. Nessuna continuità nelle proposte, scarsa promozione, nessuna efficiente pianificazione culturale, progetti piovuti dall’esterno spesso di basso profilo senza la minima partecipazione della comunità, nessuna produzione partita dalla memoria del luogo, dal suo genius loci, dalle reali esigenze locali, minima attenzione ai linguaggi giovanili, nulla verso la formazione sui nuovi linguaggi della contemporaneità tecnologica.
La sensazione che si ha è che a fronte di questo sconfortante quadro, domini una generale stanchezza, perdita di entusiasmo, demotivazione a confrontarsi e a progettare, sfiducia nella possibilità di un cambiamento; molti operatori reagiscono emigrando in cerca di riconoscimento e stima, alcuni vivono nella diffidenza che qualcuno li sostituisca o nell’incubo che i fondi siano “ulteriormente” tagliati, molti temono a criticare lo status quo politico, altri sono esasperati dalle infinite anticamere che devono subire per avere udienza dall’assessore di turno anche dopo anni di valida attività e così la resistenza alla sistematica e silenziosa pratica di eliminazione delle realtà culturali associative e del relativo dibattito civico tende a affievolirsi sempre di più. La palude è ormai troppo estesa e ramificata, stare fuori significa rinunciare a essere rappresentati, starci dentro significa subire continue umiliazioni e delusioni, in ogni caso corrompere, offuscare la propria identità intellettuale ed etica.
C’è da capire se esista realmente la possibilità di un modello culturale alternativo. Come fare in questa malsana aria che tira, per riaffermare il diritto all’esistenza delle piccole associazioni, di quei gruppi che operano non protetti da alcun partito, come fare per suggerire una gestione realmente partecipata della cultura al posto dell’attuale oligarchia? Può forse essere utile fermarsi a riflettere, individualmente e collettivamente, riprendersi lo spazio e il tempo di parlarsi aldilà degli schieramenti e dei clan, ragionare sui contenuti del lavoro culturale nell’attuale contesto, riflettere sulla sua necessità, sul ruolo che nella società come nella nostra comunità, oggi non ha e che invece potrebbe avere, e riacquistare.
XLAB-Associazione culturale. A.Balzola-Anna Monteverdi