lunedì 20 luglio 2009



SANTARCANGELO 39: CHIARA GUIDI ALLA GUIDA DEL FESTIVAL DOPO IL CRAC. Intervista a OLIVIERO PONTE DI PINO SUL FESTIVAL

Di Anna Maria Monteverdi


Doveva essere il Festival del cambiamento, del rinnovamento della formula ormai logora dei Festival di ricerca. Doveva essere la risposta alle proposte suicide di Baricco, doveva riunire in un sol corpo il pubblico del “teatro”, quello vero che ama quell’arte scenica di ricerca che non passa sotto casa né alla televisione. E’ andata davvero così? Ortographe, Mutaimago, Fanny & Alexander, Masque teatro, Heiner Goebbels, Teo Tehardo, Zapruder. Studi scenici molto spostati sul versante delle tecnologie del suono, progetti site specific, conferenze-spettacolo, coerentemente con il lavoro artistico di Chiara Guidi-Socìetas Raffaello Sanzio. Tutto questo è sufficiente a rivitalizzare il Festival? Cosa ne pensano i critici che hanno la memoria storica di Santarcangelo e hanno visto gli alti e i bassi di questa prestigiosa e storica manifestazione? Risponde Oliviero Ponte di Pino, fondatore di uno degli osservatori on line più vivaci e polemici sul teatro contemporaneo dal vivo: ateatro.it



Come definiresti questa edizione del Festival diretto da Chiara Guidi?

Un Festival d’artista, dove un artista (Chiara Guidi) chiama quegli artisti che sente più affini, più vicini alla propria ricerca espressiva, un Festival fortemente connotato, un Festival-Laboratorio.

Puoi dare un giudizio sul destino in generale dei Festival?

A giudicare dal numero di Festival di teatro che esistono oggi in Italia e a partire dal fatto che la formula sia stata copiata dalla Letteratura, Scienza, Filosofia i cui Festival hanno molto successo, si può dire che la formula in sé per sé funziona. Per il teatro, dal momento in cui le stagioni “feriali” sono sempre più scarne e povere e con margini di rischio minori, i Festival assumono la funzione di “supplenza” sia a livello produttivo che di circuitazione.

Per contro l’eccessivo successo rischia di svuotare di senso la formula stessa del Festival. E’ sempre più difficile trovare o dare un’idea forte a un Festival che lo caratterizzi in una proposta globale. Certamente quello che non si può più fare è sia il Grande Festival-vetrina con proposte della scena internazionale perché costa troppo, sia il Festival di tendenza perché è molto difficile identificare filoni precisi.

Qual è il rimedio?

Non può esistere una ricetta valida per tutti Festival, ogni situazione deve evidentemente rimarcare la propria specificità. Santarcangelo 2009 ha provato questa strada: un Festival di tendenza con la direzione artistica di una specifica compagnia di ricerca romagnola, un Festival laboratorio con numerosi spazi di sperimentazione e molte performance costruite appositamente per luoghi particolari. Tutti gli spettacoli prevedevano inoltre, una forte compenetrazione spaziale in uno spazio libero, non separato dal pubblico

Qual è il giudizio su Santarcangelo 39?

Per i due giorni che ho visto il Festival molte cose mi sono sembrate interessanti, che valesse la pena di andare là per vederle perché in qualche modo eccezionali e non ripetibili. Però mancavano gli spettacoli veri e propri. Una griglia troppo rigida nella scelta degli interlocutori rischia di restringere l’orizzonte. E’ mancato un po’ il piacere della scoperta. Un Festival come Santarcangelo deve farti scoprire cose nuove, e queste sorprese non c’erano. La specificità di questo Festival era fare una riflessione sul teatro, non trovo scandaloso questo.

E il livello artistico?

Valeva la pena di andare; mi sembra però che era più interessante il livello riflessivo e teorico sul teatro e sui suoi elementi costitutivi che non piacere anche “cialtrone” dell’andare a teatro. Troppo rigore e poca “guittaggine”. Per il pubblico di Santarcangelo che è fatto di operatori e addetti ai lavori va benissimo, ma se il problema è di allargare il pubblico direi che non ha funzionato, ha deluso.

C’era una tematica comune per le varie performance?

Fermo restando che tutti i gruppi avevano un numero di storie e di poetiche già ampiamente delineate, sono forse stati obbligati a confrontarsi con alcuni aspetti che riguardano il rischio costitutivo dell’esposizione teatrale ovvero, il rapporto quasi sinestetico tra SUONO_SPAZIO_CORPO, tra quello che si fa vedere o si può far vedere in scena e ciò che non si può far vedere. L’impatto di questa riflessione pratica sul lavoro futuro delle compagnie non si può immaginare, non si può sapere. Non si possono fare recensioni sui singoli spettacoli, sono dimostrazioni di lavoro, si raccontano meglio nel loro insieme, nel contesto artistico e concettuale in cui sono collocati.

Quale lavoro ti ha colpito di più?

Uno dei lavori più complessi è stato quello dei MASQUE insieme a quello dei FANNY & Alexander; ne parlo in ateatro.it; è difficile però sapere se è un compito, un tema quello che loro hanno “svolto bene” e la cosa finisce lì o se l’operazione artistica avrà una storia che continua oltre Santarcangelo, se avrà ricadute importanti sul loro lavoro, anche se c’è da dire che si tratta di lavori comunque coerenti con ciò che hanno fatto in precedenza. C’era una forte progettualità di Chiara Guidi dopo l’edizione salvata in extremis dello scorso anno delineata nel programma: “vedere un suono”, lo “scambio tra sentire e vedere”, le metamorfosi che questo causa. Si sono viste sperimentazioni legate alle tecnologie, ma a dire il vero non è stato questo l’aspetto forte, c’è da dire che per me la scena teatrale è già di per sé tecnologia, e alcune operazioni sapevano di “già visto” , non erano alla fine così innovative, interattive. Il fatto che la tecnologia però non sia passata come elemento dominante nella percezione dello spettatore questo sì che è positivo, vuol dire che le tecnologie erano integrate perfettamente nel lavoro artistico.

La presenza di un artista come Heiner Goebbels: la drammaturgia dei media

Il Festival di Santarcangelo ha sempre avuto la tradizione di dare la parola ai maestri e questo incontro rientra in questo filone. Goebbels ha raccontato del suo teatro anti-narrativo, basato sulla scomposizione dei diversi elementi dell’evento spettacolare – luce, suono, spazio, musica, parole, corpi – e sul confronto, o meglio lo scontro tra di essi. Ha richiamato Brecht e lo straniamento. Poi spiega che rifiuta le scorciatoie della psicologia e dell’identificazione tra attore e personaggio; ricostruisce il procedimento compositivo di Stifters Dinge (2007), uno spettacolo dove non ha utilizzato attori ma soltanto una scenografia in movimento, suoni e luci.