martedì 18 agosto 2009

PORTOVENERE sabato 22 agosto dalle ore 21- INSTALLAZIONE INTERATTIVA DI SILVIO COMBI

A.C. BACKSTAGE/XLABFACTORY- PARCO NATURALE REGIONALE DI PORTOVENERE

SABATO 22 AGOSTO
PORTOVENERE-Piazzale San Pietro dalle ore 21

VARI'AZIONI-UMORI MARINI
INSTALLAZIONE AMBIENTALE VIDEO-INTERATTIVA DI SILVIO COMBI


Silvio Combi - Genius loci da 20eventi.


Un’opera interattiva di SILVIO COMBI per celebrare il mare e l’Arcipelago di Portovenere; nasce da un binomio vincente tra XLABFACTORY (che ha realizzato l’evento multimediale in Arsenale per la Festa della Marineria) e a.c. Backstage (promotrice di Genius loci events-Palmaria,2008) collegato con UNA PISCINA NATURALE del PARCO Marino di PORTOVENERE.

Curatrici dell’evento: FRANCESCA VALERIA SOMMOVIGO E ANNA MARIA MONTEVERDIche da qualche tempo firmano insieme manifestazioni d’arte contemporanea (recentemente MALASPINARTE al Castello di MASSA).



L’artista selezionato è il giovane creativo Silvio Combi, 25 anni, diplomato presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, Scuola di Nuove Tecnologie dell’Arte che ha proposto un originale lavoro interattivo “site specific” dal titoloVari’azioni-Umori marini . Il paesaggio di Portovenere e dell’Arcipelago viene esposto nel Piazzale di San Pietro in forma di centinaia di microeventi video sensibili al passaggio, al movimento, al rumore del pubblico grazie a un sistema di sensori che attivano un sistema audio- video interattivo. Ispirato all’installazione “Mediterraneo” di Studio Azzurro, Vari’azioni gioca sul cambio di prospettiva, sui giochi di luce e su una narrazione audio video involontaria che unisce l’aspetto ambientale e naturale con quello tecnologico. Concepisce le installazioni video come ambienti in cui lo spettatore interagisce; i suoni e le immagini creano un effetto multisensoriale che coinvolge emotivamente e l'opera viene percepita come una rifrazione in cui potersi perdere.

Presente con una propria installazione al 14° festival Internazionale d’Art Video di Casablanca (2007) Silvio Combi nello stesso anno espone l’opera interattiva che gli dà maggiore visibilità: PAROLE FLUTTUANTI ed è selezionato alla competizione internazionale di arti digitali Les e.magiciens-Valenciennes-Francia. L’opera viene poi ospitata in contesti di altissimo livello artistico come LIBEROLIBROd’ARTISTALIBERo, quarta edizione biennale del LIBRO d’ARTISTA a cura di Giorgio Maffei e Emanuele De Donno. La mostra ripetuta anche a Catania, Modena, prevedeva l’esposizione di oltre 150 artisti tra cui WARHOL, Boetti, Vaccari, Fabio Mauri, Cattelan, Beuys. Artista selezionato per l’esposizione collettiva 20Eventi Sabina-ROMA 2009, crea GENIUS LOCI una suggestiva opera ambientale ispirata alla frase di Serlio in commento all’Eneide. Vincitore della borsa per la residenza artistica manUfatto in sitU 3 2009 Parco per l'Arte in Cancelli di Foligno (2009) per la realizzazione di un’opera site specific guidata dall'artista cubana Tania Bruguera.


Info: Facebook.com
Info: Isabella Conte
Iconte69@hotmail.it



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lunedì 3 agosto 2009

MALASPINARTE 09



MALASPINARTE 09

Francesca Valeria Sommovigo

scatena la passione per l’andar per arte



Impresa ai limiti del Guinness al giorno d’oggi quella di organizzare in modo impeccabile una mostra mantenendo alto il livello artistico e valorizzando a pieno il luogo che ospita le opere in epoca di crisi, di risorse ai minimi termini per le associazioni.

Il Comune di Massa per la terza edizione ha affidato a ASART, associazione di artisti della provincia, la manifestazione che per tradizione si colloca nell’imponente Castello Malaspina. E ASART ha dato l’incarico della cura e dell’organizzazione a un critico attento e sensibile all’arte contemporanea nelle sue più diverse sfaccettature: Francesca Valeria Sommovigo. Infaticabile presenza alle manifestazioni ed eventi più importanti di Sarzana tra cui Sconfinando, la Sommovigo ha firmato la programmazione di Genius loci eventi all’isola Palmaria e ha ricreato nel suo spazio d’arte sarzanese vicino agli Impavidi, un atelier dove gli artisti fanno a gara per esporre.



Superata con lode la prova al castello di MALASPINARTE inaugurata il 31 luglio, con oltre 50 artisti a rappresentare pittura, scultura, fotografia, installazioni video e interattive, performance. Il magnifico luogo, come si legge dalle guide, il più vasto complesso fortificato di tutta la Toscana, ha ospitato nelle stanze con arredi cinquecenteschi, negli esterni, nei camminamenti di ronda, nelle logge del palazzo, nel cortile, nelle bombardiere una accogliente “festa delle arti”. Un’inaugurazione affollatissima ha gremito fino a tarda notte di una notte stellata e caldissima ogni stanza, ogni anfratto e loggiato oltre al cortile dove si susseguivano reading poetici (straordinario l’intervento di Angelo Tonelli), improvvisazioni, presentazioni, performance.

Si parte, come ci ricorda la SOMMOVIGO dall’idea base, forte e decisa, di “difesa dell’arte” sempre più necessaria, dagli assalti dei predatori (che si possono identificare a scelta per esempio nei legislatori che non reintegrano il Fondo Unico dello Spettacolo a coloro che sperperano soldi pubblici in inutili festival) che è una stilettata alle amministrazioni che “somministrano” la cultura in Provincia. La Sommovigo ha ritenuto prioritario fermarsi a ragionare sui contenuti etici del lavoro artistico nell’attuale contesto, riflettere sulla sua necessità, sull’impatto che l’arte non ha e che invece dovrebbe avere sulla società, su come i linguaggi stiano cambiando, soprattutto con l’imporsi dei new media e delle nuove tecnologie, su come anche le forme e i formati stessi dello spettacolo stiano mutando, creando inedite e feconde trasversalità. Non a caso per la prima volta a MalaspinArte debutta una sezione di video arte in forma di videoinstallazioni, installazioni interattive, video musicali e video monocanale.

Merito di questa manifestazione è proprio aver privilegiato un dialogo, un ponte tra realtà diverse, tra linguaggi diversi, tra generazioni diverse di artisti, facendo del luogo (Il castello) la “roccaforte” dei resistenti all’omologazione culturale incombente. Malaspinarte -dice la Sommovigo- ha l'ambizione di divenire un appuntamento fisso del cartellone estivo dell'estate della Provincia , nella ferma convinzione che l'esigenza di sperimentazione e di confronto fra arte ed ambiente sia l'anello fondamentale della crescita di una comunità " Viva", in cui il riutilizzo a scopo artistico e turistico-ricettivo delle fortificazioni presenti nel territorio, possa rappresentare un tentativo non vano di attenzione reale, poiché la storia ci ha insegnato come in periodi di crisi economica, l'arte abbia rappresentato la vera scintilla per la nascita di un'energia di rinnovamento e di cambiamento decisivi per il futuro delle idee e della complessità”.

Il Teatro, la performance ha rappresentato il collante, l’elemento che ha unito le opere: la performance di Annalisa Maggiani di danza butoh, poetica e impalpabile rappresentazione del limbo materno, del luogo del sogno dove siamo invischiati come larve in un bozzolo ha incarnato l’opera site specific di Carmen Bertacchi fatta di sottilissime trame di fili, bambagia e materiale soffice come una nuvola dentro le arcate delle cannoniere e dei bastioni. Complice uno splendido tramonto che colorava di rosa le pietre dell’imponente castello il pubblico ha affollato i camminamenti di ronda dove erano posizionate le performance di Gianluca Cupisti sul cibo “site specif monacale” (come non ricordare il Teatro delle Ariette?) e le fotografie di Mauro Manco che gioca con le illusioni percettive (suggellate da una citazione dantesca) che l’occhio/la macchina fotografica può creare: quelle figure geometriche elementari sono tetti o un assemblage di forme del suprematista Malevich? Stampate su canvas su arcate con “vista” sulla città da basso, le gigantografie di Manco raddoppiano la suggestione del luogo.

La sezione multimedia ha visto come protagonisti “Guest stars” XLABFACTORY (BALZOLA MONTEVERDI LUPONE) che ha realizzato solo nel 2009 due nuove produzioni teatrali (La vista del mondo e Oltre la vista del mondo) e ne sta ultimando una terza (Le voci del Vulcano) in cui la tecnologia è parte integrante della scrittura scenica, mentre il 22 settembre debutterà dentro l’Arsenale Militare della Spezia una videoinstallazione site specific (con video di THEO ESHETU in collaborazione con SAMUELE MALFATTI e sound design di MAURO LUPONE) commissionata dalla Marina Militare per celebrare i 140 anni della Base Navale. L’altro ospite di rilievo è Giuseppe La Spada, video maker e webartist, unico italiano ad aver vinto il Webby Award (l’oscar del Web), creatore di originalissimi ed evocativi audiovisuals per il musicista RYUICHI SAKAMOTO. Qualunque sia il format (audiovisual live sets, net works) con cui si esprime e qualunque sia lo schermo da cui le guardiamo, le opere di GIUSEPPE LA SPADA giovane e già affermatissimo artista digitale, parlano in giapponese e hanno la qualità poetica e minimale di un haiku. Guardando o ritorniamo a quell’elemento liquido di nascita, dove i rumori sono attenuati e il mondo è visto in trasparenza dalle profondità dell’essere. Influenzato dalla cultura, dai simboli e dalla filosofia orientale, La Spada genera un mondo sotterraneo estatico, pulsante, generato naturalmente dalla musica, diventandone sua emanazione elettronica visionaria. Non è un caso che SAKAMOTO uno dei grandi pionieri delle contaminazioni tra musica tradizionale d'Oriente e avanguardie elettroniche occidentali, lo abbia scelto come realizzatore dei visuals dei suoi concerti; qua LA SPADA si inserisce straordinariamente con fluide atmosfere video-elettroniche nel paesaggio sonoro fatto di linee melodiche algide e reiterate.

Anna Monteverdi, reduce dal lavoro organizzativo per la videoinstallazione commissionata dalla Biennale Arte dei MASBEDO, ha coordinato la sezione tecnologica di MalaspinArte e ha privilegiato l’opera di ex allievi ormai già lanciati nel mondo dell’arte e richiestissimi da gallerie e Festival: MARCO PUCCI, vincitore di due edizioni di Milano in digitale e SILVIO COMBI. L’opera interattiva di Silvio Combi, Parole_fluttuanti che ha riscosso molto successo nelle numerose mostre sul libro d’artista (LiberoLibrod’ArtistaLibero) curate da Emanuele De Donno, si potrebbe sottotitolare “Il libro sensibile”. Le parole fatte di luce della delicata poesia sullo scomparire ad opera dello stesso Combi che appaiono su carte appoggiate su un leggio, richiedono al visitatore una predisposizione a “scomparire” davanti alla bellezza dell’arte e a farsi guidare in un viaggio dove l’opera esiste solo nella nostra mente. L’opera è “reattiva” : il libro è sensibile (grazie alla presenza di particolari sensori) non solo alla nostra posizione rispetto al leggìo ma al calore, al nostro corpo. Noi leggiamo l’opera e l’opera legge noi stessi, dentro. Il libro vede e sente e noi vediamo e sentiamo il libro. Lasciamoci “guardare” dal libro. Silvio Combi è diplomato all’Accademia di Brera con una tesi sulla luce: crea opere interattive che agiscono su ambienti naturali. Un’altra installazione interattiva è quella di Marco Pucci Virtual Tree che visualizza su uno schermo una pianta virtuale; questa vivrà e crescerà a seconda del flusso dei passanti e del calore da loro emesso. Il movimento della gente viene paragonato ad un flusso, all’acqua, elemento essenziale per la vita, mentre il calore umano emesso dai passanti rappresenta il sole, fonte di energia vitale per la maggior parte degli organismi viventi. Marco Pucci è laureando al Biennio in Arti Performative e interattive dell’Accademia di Brera; ha vinto due edizioni del concorso internazionale “Milano in digitale” con opere interattive che stupiscono per la semplicità e insieme l’efficacia del concept interattivo.

Una sezione speciale è dedicata ai lavori degli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Brera-Nuova Scuola di Tecnologie dell’Arte diretta da EZIO CUOGHI. Per questa sezione sono state selezionate sia installazioni interattive già esposte e premiate in vari contesti, sia opere video monocanale ispirate per lo più al rapporto del video con il teatro nelle sue diverse forme e format (la video creazione di Carlo Pastaccini ispirati a Beckett e alla poetica dell’assenza, la performance in video di Alessandro Rizzo e Andrea Fossati che attualizzano con coreografie e segni architettonici attuali il mito platonico della caverna, quella di Giselle Fernandez su Borges). Molti di questi video hanno già preso parte a Festival, rassegne di cortometraggi ed è possibile rintracciarli sui canali video web dei giovani autori. Giselle Fernandez, nativa di Buenos Aires ha preso alcuni elementi ricorrenti della narrativa borgesiana particolarmente pregnanti di significazione simbolica, e ne ha fatto un video struggente e poetico dove compare la città come mappa dei sentimenti, la tigre, la rosa, lo specchio. L’installazione ricrea come un doppio, le parti del video: lo studiolo del giovane Borges con la finestra che incornicia i Monti Apuani.

Il video Maieutica di ANDREA FOSSATI, ALESSANDRO RIZZO, LUCA ROGGERO parte da due distinti ma dipendenti impulsi di analisi. Il primo è legato al concetto di metalavoro: ogni aspetto della rappresentazione è in realtà una chiave che riconduce ad un preciso momento creativo. Il secondo è teso all'archetipo del percorso conoscitivo. La scelta esegetica è quella di attualizzare il "Mito della Caverna" (Platone, Timeo).

La scenografia – ex manifattura tabacchi “la Colletta”, Torino - è l'incarnato della situazione creativa di partenza, è la Caverna contemporanea dove l’oscurità prevarica la luce, l’ombra è visione distorta che inganna il percepire. In essa la vastità decadente del vuoto produttivo, lascia spazio alla catarsi di un divenire razionale e creazionale. E' in sintesi il movimento che si confronta con l'immobilità e tenta di colmare gli spazi.

Quello dell’attore è un muoversi visivamente performativo come in una danza rituale, vacillante, da forma ai tempi creativi. Questo, come lo schiavo nel mito, è un simulacro, immagine che contiene in sè, per proiezione, l'artista. Così mentre l'orizzonte tecnico e concettuale, limitandosi e ampliandosi, prende forma di fronte all'evidenza dei fatti, egli compie un percorso di scoperta e apprendimento.

La scelta di una fotografia surreale, esprime la volontà di ricercare visivamente l'irrealtà dell'immagine mitica. E' compito dell' ombra, il motore di ricerca attivo, non della luce, preludere agli elementi successivi alienando visivamente gli spazi rendendoli inaccessibili.

In un parallelismo concettuale con le immagini artificiali che si proiettano nella caverna platonica è però la luce il segnale del passaggio da una dimensione conoscitiva ad un'altra, sempre più compiuta. Così il fiammifero segna l' inizio di una gradualità luminosa che trova le sue tappe successive nella candela e nella torcia, che permette all'attore di accorgersi che al di là della finestra c'è altro. Sono gli ultimi istanti che lo conducono verso la conclusione della sua ascesa. Tutto termina nel nero. Ma non è un'oscurità conclusiva, statica: è il ritorno nella caverna dello schiavo mitico, intenzionato a raccontare il percorso compiuto ai compagni di prigionia, rimettendosi così al loro giudizio così come il lavoro si rimette al giudizio della critica. E' una fine che concettualmente e tecnicamente prelude all'inizio

La sala delle cannoniere invece è dedicata a una video/foto installazione ispirata allo spettacolo LA VISTA DEL MONDO (regia teatrale di Memé Perlini con Jole Rosa) di Pastaccini, Oliverio, Nicolaus, Braschi con le fotografie di Francesco Bertocco che testimoniano in modo creativo un evento molto speciale: il primo spettacolo teatrale all’interno dell’Arsenale Militare della Spezia mai realizzato dalla sua fondazione. Qua gli studenti dell’Accademia di Brera hanno dato vita a un laboratorio di creazione video di notevole interesse Il video restituisce il campo giusto, che avvicina delicatamente l’attrice straordinaria Jole Rosa e la fa dialogare alla giusta distanza con il pubblico. La fotografia coglie il fuori campo, il contesto ambientale e la drammaturgia del luogo, l’intensità dell’espressione recitata. Il teatro non puoi conservarlo perché arte effimera, che si perde nell’immediatezza dell’atto scenico. Il video però può avere questa capacità di rianimarlo: morto in una sera lo fa riaffiorare alla vita e dà giustizia del lavoro di mesi di registi, attori, tecnici, scenografi, e mostra il teatro come lo si vuole consegnare alla memoria. Il gruppo di ragazzi che ha impostato il progetto video e fotografico che viene esposto a MALASPINARTE, è riuscito a restituire e insieme a ri-creare l’atmosfera profonda del lavoro teatrale con un’attenzione straordinaria per la valorizzazione del primo piano che a teatro perdi, per il montaggio audio, per la selezione delle sequenze, senza cadere nell’errore del video che replica lo spettacolo. Una ripetizione differente, della durata di un clip, che ha saputo riproporre con intelligenza e capacità tecnica il teatro fuori dal teatro e il teatro oltre il teatro

"The extraordinary and exciting life of a teenager boy" di ThisGasthing è una riflessione sulla modalità di elaborazione fatta dal nostro cervello sulle informazioni che ci vengono proposte da un apparecchio televisivo e sulle dinamiche temporali che si vengono a creare davanti a uno schermo nonostante i contenuti non siano di alcun interesse. THISGASTHING è un collettivo dedicato alla ricerca di forme creative da applicare alla tecnologia. L'interesse principale di THISGASTHING è la decostruzione organizzata di materiali sonori e visivi attraverso l'uso non convenzionale della tecnologia. Il collettivo è nato nel 2008 da Alessandro Arcidiacono, grafico e modellatore 3D, ed Emilio Pozzolini, musicista e sound designer, laureando al biennio multimediale del Conservatorio di Genova, come gruppo di vj nell'ambito della club culture, lavorando con artisti internazionali, ma si è da subito trasformato in laboratorio per sperimentare con la tecnologia e le diverse forme di comunicazione come musica, video, installazioni interattive e videogames focalizzandosi sull'interazione tra i diversi media.

sabato 1 agosto 2009




ELOGIO DELLA PROVINCIA

La Compagnia degli EVASI o del teatro del corpo e del sogno


In un momento di crisi (di idee e di risorse) del teatro fa piacere fare delle scoperte in territori geograficamente insospettabili quanto a fenomeni d’arte scenica di un qualche livello. Il territorio è quello della provincia della Spezia, per l’esattezza CASTELNUOVO MAGRA nel cuore della Lunigiana dove non sono mai emerse realtà aventi forza artistica nazionale.

Gli Evasi nascono nel 2002 dalla volontà di Matteo Ridolfi, Alessandro Vanello, William Cidale, Davide Notarantonio, Elena Mele e Alessandra Carnacina e successivamente Paola Lungo. Autodefinitisi da sempre “non professionisti” (ma non amatori..) misurandosi con registri e repertori diversi (dal cabaret al teatro sociale) con il tempo GLI EVASI hanno raggiunto tutti indistintamente sia pur con caratteristiche interpretative diverse, un notevole livello attoriale, con oltre venti produzioni alle spalle e numerosi premi. Come non riconoscere la verve accattivante di Matteo Ridolfi nelle sue impagabili parodie di family comedy all’italiana, quella esilarante di Notarantonio, quella infaticabile di Alessandro Vanello serio scrutatore degli animi umani ma anche “comico dell’arte” e in generale, come non riconoscere il valore dell’impegno della compagnia a educare a una coscienza civile più matura che trapela non solo nella scrittura originale, dalla scelta dei testi ma anche nell’organizzazione di un’eccellente Festival di teatro non professionista come TEATRIKA di Castelnuovo?


Gli Evasi hanno una storia interessante che si lega a due presenze fisse di rilievo, quelle dell’attore Marco Balma con un background di tutto rispetto (autore/attore/regista pluripremiato) e quella di ventennale esperienza sul campo di Alberto Cariola che viene da studi con l’Odin di Barba e al terzo teatro, legato quindi a un’idea di teatro come manifestazione della cultura di un popolo, materia viva che penetra nelle relazioni sociali, non separata dal contesto collettivo. Passati per spettacoli che hanno avuto un peso notevole quanto a pubblico e seguito giornalistico, con storie legate rigorosamente alla memoria locale, hanno messo in scena nel 2007 una toccante rappresentazione di un episodio di vita drammatico del territorio con cui sono stati vincitori del festival nazionale di Castelfranco e di San Miniato, ora diventato anche film.

La compagnia degli Evasi si impone così a livello nazionale con quest’opera drammatica “Sepolti vivi”, una storia vera di protesta nella Lunigiana per le condizioni infami di lavoro in miniera sfociata nel 1953 in una “auto sepoltura dimostrativa nei cunicoli” da parte di un manipolo di coraggiosi, ben scritta e meglio espressa teatralmente, che ha avuto un merito non indifferente, quello di essere accolto e distribuito dalle istituzioni legate al lavoro come l’Inail. Una storia vecchia e dimenticata ma non dai vecchi che non dimenticano. E che raccontano. Così si passa dall’oralità alla scena. Dai fatti alla memoria dei fatti, tramandando ricordi sottili come la carta velina. Una coraggioso e importante prova di teatro civile in cui gli attori hanno restituito la rabbia, lo sconforto, il terrore del lavorare in miniera. Dicono di questo spettacolo:

Siamo nel ’36, alle porte della seconda Guerra Mondiale. Siamo nell’Italia autarchica di Mussolini dove c’è bisogno di tutto quello che il territorio può dare alla nazione. Siamo nella Piana di Luni. Un luogo che d’improvviso si scopre essere molto prezioso, perchè qui è possibile estrarre la lignite, un parente povero del carbone. C’è la guerra e l’imperativo è produrre! E si produce allo stesso modo in cui si muore: senza ritegno, senza regole. Nei fatti, se l’industria ne trae benefici enormi, i minatori muoiono sfruttati, scavando affogati nel loro stesso sudore, quando non schiacciati dai metri di terra che li separano dal cielo. Questa è la vita nei pozzi: un giorno dopo l’altro, un metro dopo l’altro, chini a raschiare le viscere della terra in cunicoli troppo stretti, troppo caldi e con poca, se non nessuna, osservanza di costose norme di sicurezza, utili “solo” a preservare la vita dei minatori e la longevità della miniera, inutili per una società che guardava al profitto e pagava a metri d’avanzamento: almeno uno al giorno. Incendi, esplosioni, cedimenti e frane erano la normalità, come la morte”.

Il messaggio è approdato lontano e nel loro carnet hanno messo insieme più repliche di una compagnia professionista nazionale; ovunque fossero in cartellone, lo spettacolo creava il dibattito, risvegliava le coscienze, accendeva gli animi. E ovunque c’era tutto esaurito grazie non alla comunicazione dei social network ma al più efficace rituale di passa parola di chi li ha visti e vuole che altri vedano. A conoscerli c’è in loro qualcosa che nel teatro professionista si è in parte, perso: la volontà coesiva, la curiosità di imparare, il mutuo sostegno, l’ascolto al maestro.

Alberto Cariola è diventato il loro méntore, garantendo un passaggio di saperi tecnici, gesti, intonazioni, fatto non ad Ostelbro ma a Castelnuovo Magra. Una piacevole scoperta dunque questo nuovo lavoro, FATA-favola per adulti. La storia di un passaggio da giovinetta a donna con i fantasmi e gli incubi che abitano le litanie, le fiabe, le epopee di tutti i tempi. Démoni e angeli custodi, specchi e desideri inconsapevoli che si materializzano diventando le maschere d’Oriente e Occidente. Quelle nere e bianche, di gobbi, guitti e dritti. Un’ora e cinquanta di intensa rappresentazione con il pubblico ammaliato, messo in mezzo a un passaggio continuo di sogni materializzati, di boschi e d’avventure dove avventurarsi, prima fra tutte l’avventura dell’amore. La “Grande Soglia”, il rito di passaggio è suggellato da simboli evidenti (porte, liminar di boschi) e la giovinetta ingenua ma anche ammaliante, Miele, viene adescata e colta in trappola come nelle fiabe: basato su “Lo cunto de li cunti ovvero il Pentamerone” di Giovanbattista Basile”, il testo è stato la “palestra” per un lavoro intenso sulla voce, sul ritmo, sull’azione fisica. Con la gioia del dire, con i corpi piegati a un’espressione mimica da commedia “all’improvviso” dei tempi che furono, con Cariola e Vanello maschere inquietanti e incombenti, gli Evasi ripropongono il tempo del sogno in cui è facile rintracciare una memoria selvaggia, arcaica.

Dice Alberto Cariola che ha scritto e diretto il lavoro:

Nell’estate del 2006 ci è venuta l’idea di occuparci di favole, proprio di quelle storie dove uno “cammina, cammina”, gli dànno oggetti magici, ammazza draghi e orchi e salva principesse. Ma ci siamo resi conto che, accanto alle fiabe a lieto fine per i bambini, esiste una vasta casistica di racconti fiabeschi, provenienti da popolazioni di tutto il globo, molto più cruda, violenta, carnale, paradossalmente più reale. Abbiamo capito che ci interessava lavorare sul versante scuro della topografia fiabesca, dove il viaggio dell’eroe/eroina prevede l’esperienza del buio, del sangue, della paura, della menzogna, della sofferenza, oltre a quella dell’amicizia, dell’aiuto “magico”, dell’amore.

La vita fiabesca è il luogo del meraviglioso, ma è possibile raccontare la vita reale con il linguaggio fiabesco dentro una struttura fiabesca? Ci abbiamo provato innanzitutto prendendo il linguaggio da Basile, facendoci guidare dai maggiori studiosi del genere, tentando di costruire un testo in cui “la parola può tutto”, ma, come succede quando interviene una fata, cambia di segno a ogni situazione, perché non c’è mai un solo lato della realtà, ma c’è anche il lato opposto, altrettanto necessario. L’Orco non sempre è cattivo, il Principe non sempre è buono, a volte chi ti da consigli, ti prende in giro, chi ti prende in giro, ti vuole bene. La preparazione, per quanto riguarda testo e regia, è partita dalla lettura di oltre 3200 favole di differenti aree geografiche e dall’ideazione dello scenario generale. Così Fata racconta la notte del giorno in cui Miele, un omaggio a Milo Manara, scopre di essere innamorata e sogna; tutto quello che sogna si materializza nella sua camera.

Riavvicinandosi fatalmente con FATA all’Odin, Cariola con gli EVASI propone un teatro irradiante simboli, miti collettivi e un repertorio di muscoli, nervi, ossa e umori. Ritmo frenetico quasi da taranta, un rito primitivo/moderno fatto nella Provincia, crogiuolo in genere di mediocri attività sceniche, con buona pace di chi “somministra” la cultura per il popolo. Ricordo che un critico a proposito dell’arte dell’Odin diceva della capacità degli attori di essere un “corpo che sogna”, duttile materia di forme: non so se gli Evasi, compagnia non professionista, abbiano avuto questo tipo di training, ma il risultato davvero eccellente che ne è conseguito si lascia leggere (anche) così.